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autore del post associazionencl
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contributo inviato da associazionencl il 26 novembre 2017
SU UNA PANCHINA ROSSA













Tutte le celebrazioni hanno un senso se il senso sappiamo darglielo, altrimenti diventano pura formalità e finiscono per sgretolare piuttosto che rafforzare il messaggio che vorrebbero portare in sé. Perciò alla giornata del 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza di genere, siamo chiamati a dare il senso più denso e concreto possibile, senso che possa sì esprimersi nelle varie manifestazioni ed eventi che per l’occasione vengono organizzati, ma possa anche travalicarli, per restare non come riflessione occasionale di un momento, ma come quotidiano stile di pensiero e di comportamento di ciascuno di noi. Perché proprio di ciascuno di noi si tratta quando si parla di violenza di genere. Siamo tutti coinvolti a vario titolo, tutti attori sulla scena dove, diversamente da quanto ancora in troppi credono, non è una fiction ad essere rappresentata, ma una delle più evidenti tragedie del nostro tempo, tragedia che non conosce confini né geografici né culturali e fa scorrere un contatore di morte (morte di corpo e di anima) che non può essere ignorato da nessuno. Per questo occorre parlarne e parlarne ogni giorno.

La violenza di genere si esprime intorno a noi, anche qui, nella nostra città e nella nostra regione, meno nascosta di quanto possa sembrare. Quasi sempre nasce nelle parole e colpisce le donne sin da quando sono bambine; parole “innocenti”, spesso tramandate da una tradizione socio-culturale ancora da molti ritenuta esemplare punto di riferimento, che sono acqua cheta che scava. Non di rado essa si maschera sotto appellativi edulcoranti (galanteria, spirito di iniziativa, intraprendenza, machismo…) e contemporaneamente maschera quel sottile senso di inadeguatezza che certi uomini provano di fronte alle donne che non corrispondono più al modello interiorizzato: le donne o sante o streghe. Per costoro se sante, le donne non avrebbero che da starsene col sorriso dipinto, immobili sugli altari; se streghe altro non meriterebbero che il rogo. E così passare dalle parole ai fatti è spesso un attimo; e i fatti non sono solo le percosse fino alla morte, non sono solo gli stupri, ma anche quelle molestie attraverso le quali si tenta il dominio e la prevaricazione sull’altro, magari approfittando del suo stato di difficoltà o di bisogno. Questa, purtroppo, è ancora quotidianità a cui nessuna, nessuna donna è sfuggita del tutto nel corso della sua vita.

Ma se parlarne è necessario, parlarne nel modo giusto è vitale, perché tanto la banalizzazione quanto l’esasperazione del tema sono ostacoli insidiosi per qualsiasi tentativo di risoluzione del problema. E purtroppo banalizzazione ed esasperazione caratterizzano il più delle volte gli agoni televisivi, specie in questi giorni in cui il mondo sembra aver improvvisamente scoperto il maschio alfa, come fosse razza finora sconosciuta e aliena, e la fanciulla modello Biancaneve che, sognando il principe, non pensa di doversi difendere dai nani. Questa in sostanza è la semplificazione che si sta facendo di un problema che semplice non è e che è invece tanto più complesso quanto più antico e duraturo. Verissimo è che il coraggio di parlare per chi è vittima di violenza ha tempi di maturazione lunghissimi, tempi che servono a metabolizzare almeno un poco il dolore e a superare la vergogna che sempre perseguita le vittime, ma si è sicuri di fare un buon servizio alla causa spettacolarizzando certe prese di coscienza, facendone tema di una narrazione superficiale in cui il sistema dei personaggi si stereotipizza e ripete sempre uguale, privo di sfumature, condito da lacrimoni scenografici, commenti inutili e applausi solidali di un pubblico che un attimo dopo è disposto ad esaltare il ripetersi di insulsi cliché in idiot-show come “Uomini e donne”? Non è, tanta banalizzazione, violenza anch’essa che si riversa sulle vittime più deboli, quelle che non sono attrici famose, non sono miss rampanti, e che con minore afflato solidale restano ad affrontare la quotidianità laddove i riflettori non ci sono e quel can can dei media risuona come voce di un mondo a parte, di un Eden dove tutto luccica e tutto può avvenire senza danno? Insomma, una cosa è la testimonianza, un’altra la teatralità, una cosa la condanna sacrosanta, un’altra la generalizzazione. Se il dolore diventa spettacolo, perde la connotazione di realtà per acquisire quella di finzione; e la finzione si archivia facilmente tra le favole, cosicché anche la possibilità di salvarsi nella percezione delle donne “comuni” finisce per diventare meno che una ipotesi remota. D’altro canto catalogare come violenza anche ciò che violenza non è, ribaltare la caccia alle streghe urlando al maschio in quanto maschio, rifiutare i distinguo tra un’azione inopportuna e una violenta, significa potenziare le difese dei colpevoli nella nebbia di un proverbiale se tutto è male niente è male.

E dunque impegniamoci tutti a riempire di senso la giornata del 25 novembre. La violenza di genere va denunciata. Parliamone sempre. E parliamone bene.

Anna R. G. Rivelli

(da "Il Roma" del 25/11/2017)


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